La montagna: una scuola di management.
La determinazione del singolo e della squadra sono le chiavi del successo sul K2 come in azienda.
La montagna una scuola di management

 


Che cosa le ha insegnato la montagna per la sua attività lavorativa? E per la vita di tutti i giorni? (le risposte di sei manager con la passione per la montagna)
tratto dal libro "La montagna: una scuola di management"

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Che cosa le ha insegnato la montagna per la sua attività lavorativa? E per la vita di tutti i giorni?

Eddy Codega - Ho forse già anticipato qualche cosa nei punti precedenti. La montagna insegna ad avere un approccio umile, che non significa sottovalutare o sacrificare le proprie forze e capacità, ma significa al contrario utilizzarle in maniera intelligente, saggia che spesso si concretizza nel sapersi preparare adeguatamente, nel saper aspettare i momenti più propizi, nel capire l’importanza del sacrificio, nell’ ascoltare e confrontarsi per poi finalmente partire, fare, agire. Sono tutti valori importanti, spesso bistrattati dalle logiche del mercato e dagli stili di vita del “tutto e subito”, ma che ritengo siano stati fondamentali per il mio percorso professionale così come per quello di vita.

Sergio Longoni - A volte si lavora con la testa in montagna, e viceversa. Intorno a me ho collaboratori che praticano sport ad alto livello, li ho scelti per quello. E’ la nostra forza. E io come loro ogni tanto guardo fuori dalla finestra e una bella cima o la giornata giusta sembrerebbero invogliare a fare altro. Ma anche in montagna bisogna saper rinunciare, anche quando tutto sembrerebbe invogliarti ad andare. Direi che l’autocontrollo nelle situazioni difficili è un grande insegnamento della montagna, e certamente vale anche sul lavoro.

Heiner Oberrauch – Dalla montagna ho imparato che è importante non perdere mai di vista la vetta, fondamentale! Alla mia scrivania in azienda o di fronte ad una parete da scalare, l’importante è pianificare e analizzare. Tutto ciò perché ogni sfida venga affrontata con la maggior conoscenza possibile dell’ambiente circostante. Ed è la montagna che mi ha insegnato, nella mia professione, l’importanza di cercare sempre soluzioni alternative e soprattutto, di aver fiducia nel partner di cordata. Però la montagna mi ha anche educato a ritirarmi quando è necessario.
Nella vita quotidiana la montagna mi è sempre stata amica, perché solo lì percepisco la pace della natura. Quando dormo in un sacco a pelo sotto un cielo stellato capisco la bellezza del momento e, allo stesso tempo, avverto quanto l’uomo sia piccolo e di passaggio su questa terra. La montagna mi infonde questo senso spirituale della vita che avverto ancora di più quando ci sto con le persone con cui poi stringo amicizia, una “vera” amicizia. E poi, per ultimo, la sensazione di gioia e di serenità che provo al rientro dopo una lunga escursione o una scalata impegnativa. Sensazione impagabile!

Alberto Piantoni - La montagna mi ha insegnato che l’equilibrio è fondamentale: se ti sottovaluti, troverai sempre un buon motivo per non affrontare un percorso impegnativo, se ti sopravvaluti paghi di persona e qualche volta senza possibilità di “recupero”.

Maurizio Roman - La forza dell’obiettivo. Mi ripeto, ma è fondamentale avere un preciso risultato da raggiungere per guidare la preparazione, superare difficoltà impreviste e tenere duro nei momenti molto difficili.
Coraggio, accettazione del rischio ma anche consapevolezza che la preparazione lo può ridurre di molto. Come ho già detto il rischio è insito in tutte gli ambiti della vita. Quando lanci un prodotto innovativo è facile sbagliare, come quando apri un nuovo mercato, magari un po’ di più quando in gara fai un sorpasso al limite o quando scali una cascata di ghiaccio. Il rischio in ogni caso va ridotto con la preparazione, con dei test, con metodologie di lavoro adatte allo scopo. Più ci si avvicina al limite, più si rischia. C’è da dire anche che il limite c’è, ma non è fisso. Il limite cambia continuamente in funzione della nostra preparazione e della nostra capacità di migliorare. Il limite molto spesso è qualcosa che noi ci poniamo per pigrizia, per accondiscendenza verso le nostre debolezze o per mancanza di stimoli e volontà di migliorare e anche per la paura di dover soffrire nel mettere in gioco tutte le energie di cui disponiamo. Il limite sta nella nostra testa, nella nostra capacità di soffrire, nelle nostre motivazioni.
Definire sempre delle priorità. Non tutto è indispensabile. Durante la scalata sull’Huascarán un portatore si è sentito male e distribuire il suo carico non era possibile: eravamo già sovraccarichi. Dovevamo portare con noi solo l’essenziale, abbiamo svuotato tutti gli zaini e abbiamo potuto verificare che c’erano più di 60 kg, in cinque persone, di materiale non essenziale. Nella vita come nel lavoro ci sono continuamene situazioni dove non riusciamo a fare tutto. Per fare bene una cosa è probabile che se ne trascurino altre e qui è fondamentale saper dare le giuste priorità. Questa regola vale soprattutto nella vita aziendale: per essere veramente efficaci è necessario definire l’obiettivo e verificare quali siano le azioni indispensabili per raggiungerlo, tutto il resto può essere trascurato. E’ difficile ma è il sistema più efficace. La capacità di fare le poche cose giuste e non di fare tutto bene, è una delle caratteristiche principali delle persone efficaci e che raggiungono risultati importanti.
Non mollare di fronte alle difficoltà: tenacia e determinazione. Sembra impossibile continuare, non ce la fai più. Quando però lo scopo è portare a casa la pelle le forze sembrano non esaurirsi mai. Queste esperienze di montagna mi hanno insegnato che, nelle situazioni della vita lavorativa o di tutti i giorni, il limite dovuto alla stanchezza è sempre molto lontano: dipende quasi sempre dalla nostra determinazione, dalla nostra capacità di soffrire e non dalla fatica fisica.

Gianmario Tondato Da Ruos - L’alpinismo è comunque, come il lavoro, una cosa seria. In via non puoi sbagliare, perché muori. Ricordo un’estate che decidemmo di iniziare una via nonostante cominciasse a nevicare, la voglia era troppo grande. Non fu una grande idea, ma sapevamo come uscire. Non dimentico che lo stesso giorno tre escursionisti, a poca distanza, sul Cimone della Pala, morirono assiderati dopo una notte all’aperto in mezzo alla bufera di neve. Ecco, questa credo sia la cosa vera: per arrivare in alto non ci sono scorciatoie, c’è solo impegno, allenamento. Il rischio dev’essere sempre solo calcolato e calibrato con le capacità e le risorse che si hanno.
L’emozione più grande è stata cadere. La caduta è senz’altro una cosa che non ti dimentichi.
Cadere fa parte dell’alpinismo, ma ci sono due modi di cadere. Se cadi da secondo te lo puoi permettere, hai il compagno che ti fa sicura dall’alto, scendi al massimo per pochi metri e ting, la corda entra in tensione e ti ferma.
Ma la vera caduta la provi quando tiri da primo, quella sì è un’emozione che - se sopravvivi - non dimentichi. Cadere da primo vuol dire che chi ti fa da sostegno, da sicura, è sotto di te, quindi cadi davvero. Cadi per pochi secondi, se hai fortuna per 10 metri, ma è come il ralenti in un film, ti vedi davvero la vita passare e prima che la corda entri in tensione, se non sbatti contro la roccia, l’adrenalina, la paura, ti prendono e restano per sempre. Io sono caduto, una bella caduta, perché volevo passare e ho forzato un’uscita da un passaggio: prima non ci pensavo, ero giovane tutto nervi, veloce; ma mi è andata bene, ho preso un rischio, da allora ho capito, quei 10 metri all’ingiù, quella botta di paura, mi hanno insegnato. La paura la devi sempre avere, la paura è rispetto, la paura ti salva, ti fa valutare i rischi e ti fa apprezzare la prossima scalata, quella che devi ancora fare.

 

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